C&2R. Ovvero cattura e rilascia responsabilmente.

Queste righe non vogliono essere di convincimento per nessuno né tanto meno essere mezzo di insegnamento.
Non sono un ittiologo, non mi ergo a tuttologo ed oltretutto con questa pubblicazione esco dall’idea primaria di questo blog, nato per pubblicare foto di una specifica tecnica. Ma dopo aver letto e partecipato ad alcune discussioni online, ho sentito la necessità di poter dire qualcosa di più approfondito.
Queste righe, dunque, vogliono soltanto avere il ruolo di veicolare alcuni concetti, personali ed oggettivi. Nulla più..

Rainbow trout

Rainbow trout

Non ho mai amato le mode. Non le ho mai seguite, soprattutto per ingerenza, se non quando consapevole di fare qualcosa che mi piacesse, validandole e sperimentandole.

Da pescatore appassionato e sportivo, mi sono avvicinato alla tecnica del catch & release convinto che rappresenti, a tutti gli effetti, il giusto approccio sociale in grado di responsabilizzare il singolo e salvaguardare quel che è di tutti: il mondo acquatico interno e marino.
Inizio però a chiedermi se una scelta del genere, così importante non sia sottovalutata. Non stia di fatto diventando una moda, uno status symbol più che un modus vivendi.

La differenza infatti non è così sottile come può sembrare..
Rilascio perché ci credo e lo ritengo utile oppure rilascio perché lo fanno tutti e non voglio ricevere critiche?

Si sa, il web sa essere spietato, sicuramente critico, spesso senza vie di scampo. E qualcuno sceglie di far parte del gruppo, addirittura estremizzando la tecnica: “Tutto va rilasciato. Sempre!”.

Non rendendosi conto che spesso il rilascio “giusto per fare” è più traumatico della cattura, che il trattare il pesce in un determinato modo, senza la conoscenza di piccoli dettagli e che il bogare qualsiasi cosa abbia una pinna (compreso l’amico sub), non è di certo utile al mondo acquatico.
Così si finisce per scattare foto che sono il simbolo di una tecnica ma non l’anima di una scelta.

A tutto questo preferisco quello che ho battezzato, senza poi rivendicarlo, “C&R ragionato”: catturo, quando posso, e rilascio come devo.

Senza uccidere a parole chi non rilascia sempre, se può farlo. Che ci piaccia o meno il loro operato, ci sono enti ed associazioni che definiscono in base a determinati studi quanto si può trattenere e quando farlo..
Di conseguenza non mi scontro per partito preso con chi non lo fa, etichettandolo.

Posso cercare di presentare la mia scelta, argomentandola.
“Imporla” (e alcune discussioni su internet sono la dimostrazione palese) rende il soggetto, pur di far parte del gruppo e del seguire una moda (che poi moda appunto non è), in un pescatore non convinto, che replica quanto gli è stato detto con fiducia smoderata.
Diversamente, avrei un pescatore convinto della scelta e pronto a sostenerla, approfondirla, veicolarla. A conti fatti, a mio avviso, questo vale molto di più.

Avremmo quindi meno alborelle bogate, meno ghiozzi appoggiati a roventi pietre, meno trote strette nella maniera scorretta. Insomma un rilascio consapevole e ragionato.

Mi sono basato non solo sulla (sempre poca) esperienza mia e di chi conosco, ma anche su alcuni testi e ricerche, che tenterò di riportare, in minima parte.
Per partire, qualche dato generale può dare il senso della cosa: in America sono 44 milioni i pescatori, i quali smuovono 41 milioni di dollari in prodotti per la pesca, con un totale di 116 milioni totali, tra indotto e diretto.
Nel 1950 venne introdotto il concetto, nel 1970 venne “accettato”: oggi si è stimato che in Florida, Stato in cui la pesca è estremamente popolare, circa il 50% dei pesci che vengono catturati vengono rilasciati di nuovo in acqua, per un totale di oltre 70 milioni di pesci rilasciati ogni anno (fonte: Fish and Wildlife Research Institute). In Australia, dal 30 al 50% del pescato da diporto è rilasciato ogni anno, per un totale di circa 47 milioni di pesci (fonte).

Ma, grandi numeri a parte, la tecnica è realmente utile alla protezione e salvaguardia del pescato?
Pare di sì. Il National Park Service of the United States (qui le info a riguardo) incoraggia il rilascio al 100%, ritenendolo fondamentale per la protezione delle specie autoctone. In Italia, recenti studi dell’International Union for Conservation of Nature hanno dimostrato che solo il cavedano non è da considerare a rischio, mentre lo storione (Acipenser sturio) e lo Storione ladano sono già estinti, 3 specie sono gravemente minacciate (lampreda di mare, storione cobice e carpione del Garda), 7 minacciate (tra cui il temolo e la trota marmorata, lacustre e fario), ben 14 vulnerabili (tra cui il luccio) e 13 quasi a rischio.

“Osservando in tabella (nda: qui il link per l’approfondimento) il quadro delle “minacce” intese come fattori causali sul declino di molte specie si osserva una forte e costante incidenza dell’inquinamento delle acque (e questo è coerente con il quadro tracciato sulla qualità chimico-fisica) e dell’artificializzazione degli alvei fluviali e costruzione di sbarramenti fluviali lungo i corsi d’acqua. Questi fattori incidono più significativamente degli impatti legati alla pesca, all’inquinamento genetico e alla competizione con specie aliene. Se questi dati verranno confermati appare evidente che l’unica strategia possibile per la salvaguardia del nostro patrimonio ittico passa attraverso la riqualificazione ed il miglioramento delle condizioni complessive dei corso d’acqua.”

Dunque, quel che ne emerge, è quel che già si sapeva: la responsabilità non è solo del pescatore, ma di tutto quel che ruota attorno alle acque.
Anche se, un peso fondamentale ricade comunque si chi la lenza la bagna.
Tornando in America, alcuni studi hanno dimostrato che il peso del rilascio è comunque fondamentale sulla dinamica totale. Studi effettuati sul tarpon in Florida hanno confermato che 26 dei 27 pesci catturati durante lo studio con amo e lenza sono sopravvissuti. L’unico pesce morto era stato sollevato dall’acqua e fotografato.
Un altro studio sugli Albula vulpes ha dimostrato che il tasso di sopravvivenza al momento del rilascio era del 95%.
In Georgia l’84% degli scorfani e il 96% di quelli pescati in Texas sopravvivono dopo il rilascio.
In California, il 95% delle trote rilasciate sopravvivono.

Numeri importanti, su cui ragionare. Su cui, a conti fatti, investire.

Ma è chiaro che non possono essere presi, nella loro totalità, oggettivamente.
Dietro a numeri così positivi c’è la responsabilità, ora da leggere soggettivamente, del pescatore di effettuare una cattura e un rilascio fatti bene.
Gli stessi sopracitati studi danno qualche appunto. L’utilizzo di ami e di lenze corrette aiutano il pesce non solo a non ricevere danni ma ad essere salpato con maggiore facilità. Pare infatti che un salpaggio veloce provochi meno stress, così come le esche artificiali in generale (comprese le mosche) aumentino il tasso di sopravvivenza.
L’ideale sarebbe poi evitare di togliere il pesce dall’acqua e laddove non si potesse farlo, tenere per meno di un minuto (alcuni studi sostengono basti non superare i 4 minuti, ma da specie a specie i tempi cambiano). Nel caso si decida di maneggiarlo, bagnarsi le mani è essenziale, evitando di stringere troppo il pesce per non creare danni interni. Evitare il guadino di rete, preferendo nel caso quello di gel, reinserendo il pesce con la testa rivolta verso l’acqua.

Questi pochi, ma a mio avviso rilevanti dati, fanno di fatto emergere l’aspetto  fondamentale: se l’obiettivo finale è la protezione e la salvaguardia del rilascio del pescato non basta applicare de facto la tecnica ma è fondamentale farlo con cognizione e responsabilità. Ecco perché mi permetto, nel mio piccolo, di parlare di percezione modaiola del C&R.
Se vi va di approfondire i dati, alcuni interessanti li trovate anche qui, soprattutto quelli contenuti nelle tabelle; se poi amate i grafici questo è un altro link da approfondire.

Responsabilità dunque non solo in fase di rilascio ma anche in fase di cattura. E se non bastano le tesi precedentemente presentate, quelle contenute in un testo di Patrick Trotter dovrebbero costituire la base su cui poter far crescere le altre.

Mi permetto di riportare alcuni estratti, lasciando poi a voi la volontà di approfondire:

“[…] Una analisi dei dati prodotta da Matthew Taylor e Karl White della Utah State University e pubblicata nel 1992 dà i seguenti valori generali per i salmo­nidi stanziali di fiume e di lago:

Metodo di allamatura / mortalità

  • Esca naturale / 31,4%
  • Esca artificiale da lancio / 4,9%
  • Mosca artificiale / 3,8%

 […] Un altro risultato dello studio sulle steelhead del fiume Ke­ogh fu che la mortalità con ami dotati di ardiglione era maggiore (7,3%) di quella con ami senza ardi­glione (2,9%) sia con esche artificiali da lancio che con esca naturale. […] Da una mediocre 33,5% per le esche naturali su ami con ardiglione, la mortalità scende al solo 8,4% per le stesse esche su ami privi di ardiglione. Si tratta di valori comunque più alti di quelli rilevati per le esche artificiali (lures e flies) (4,8% con ardiglione, 2,6% senza), ma che forniscono elementi di riflessione. Per esempio è accaduto che nel Minnesota sia stata introdotta una norma per permettere l’uso di esche naturali su ami senza ardiglione nelle acque con regime di catch and release. I risultati sulla mortalità da allamatura favoriscono l’uso di mosche artificiali rispetto a quello di esche artificiali da lancio, ma solo di poco.
[…] I nuovi dati e una nuova, più esatta analisi, mostrano una lieve differenza ma ancora troppo piccola per sol­levare problemi.
I valori di mortalità da allamatura sofferta dalle trote dipende dalla specie e dalla storia passata degli individui. Come confermato dall’analisi di Taylor e White la trota fario sopravvive meglio alle esperienze di catch and release con esche naturali (mortalità del 14,5%), seguita dalla trota brook (30,3%), dalla trota iridea (41%) e dalla trota cutthroat (50%). Per le esche artificiali (lures e flies) la trota fario è ancora la più resistente (mortalità dell’ 1%), seguita dalle trote cutthroat e brook (rispettivamente 3,4% e 3,5%) e dalla trota iridea (6,9%). Le trote provenienti da allevamenti sopravvivono approssimativamente il doppio delle volte agli incontri con le esche naturali rispetto ai pesci selvatici (mortalità pesci da allevamento 22,95%, pesci selvatici 43,6% considerando insieme le va­rie specie), e reagiscono leggermente meglio anche con esche artificiali (mortalità pesci da alleva­mento 3,8%, pesci selvatici 5,1 %). Ma Taylor e White richiamano alla cautela nell’accettare questi risultati a causa del modo in cui gli studi sulla mortalità da allamatura sono tipicamente condotti. I pesci selvatici sono normalmente posti in aree di stazionamento nel fiume o nel lago, ma probabilmente non ritornano velocemente a nutrirsi. TI pesci di allevamento invece ritrovano nell’area di stazionamento le condizioni in cui sono stati allevati e probabilmente si adattano rapidamente al regime alimentare. La segregazione dei pesci selvatici e l’ambiente alterato delle aree di stazionamento può avere incrementato per essi i valori di mortalità. 

I pesci catturati con ami senza ardiglione soffrono una minore mortalità di pesca rispetto a quelli catturati su ami con ardiglione. […] Occorre considerare anche l’effetto stress sui pesci. Per più di una decade è prevalsa la nozione che “giostrando” un pesce allamato fino a renderlo esausto per poi manipolarlo e rilasciarlo può provocarne la morte soprattutto se si tratti di un pesce di taglia elevata. La relazione tra la mortalità di pesca e la lunghezza del pesce, se vera, sembrerebbe sostenere questo punto di vista. Molti pescatori credono ciò tanto vero da usare solo le attrezzature terminali più resistenti, forzando i pesci allamati nel guadino per un rilascio quanto più possibile veloce. Non è possibile però dire se ciò sia realmente necessario. […] nel 1970 i biologi Leo Marnell e Don Hunsaker testarono la teoria dello stress direttamente sulle trote cutthroat selvatiche del lago Yellowstone. Tutta la pesca fu fatta con piccole esche artificiali da lancio armate di ancorette. […] I ricercatori scoprirono che la mortalità era solo di circa il 5% per ogni gruppo e non c’era differenza significativa tra i gruppi. In altre parole i pesci giostrati per dieci minuti reagivano bene come quelli giostrati cinque minuti ed entrambi questi gruppi reagivano altrettanto bene di quello i cui pesci non erano stati giostrati affatto. […] In un test successivo pubblicato nel 1982 Thurston Dotson riportò che trote cutthroat di allevamento allamate e giostrate fino a che non potessero più mantenere il loro equilibrio in acqua, subivano meno del 7% di mortalità in un periodo di osservazione di trenta giorni. Se non lo stress, allora cosa uccide i pesci che muoiono dopo il rilascio? Dalle evidenze attualmente disponibili la maggiore causa di mortalità da allamatura è la stessa ferita da amo. […] L’esofago e le branchie sono chiaramente i punti potenzialmente più letali per l’allamatura con una mortalità di circa il 57%. Anche occhi e lingua possono essere zone critiche con mortalità in circa il 23% dei casi. L’allamatura in bocca o sulle “labbra” produce invece mortalità di circa il 10%. Mongillo usò i risultati di questi studi anche per calcolare la propensione di particolari attrezzature terminali ad allamare i pesci in punti critici. Ne risultò che gli ami innescati con vermi (utilizzati in tutti gli studi) penetravano in esofago, branchie, occhi o lingua dei pesci in ben il 50% dei casi, mentre le esche artificiali da lancio e le mosche artificiali allamavano le zone critiche in meno del 10% dei casi.

[…] Parlando di pesci che prendano l’amo profondamente […] prendere un amo è comunque un serio problema per il pesce ma le sue possibilità di sopravvivenza sono approssimativamente triplicate se l’amo resta nella bocca. In uno studio condotto nel 1976 da J.Mason e RL.Hunt, si scoprì che circa il 95% di trote iridee allamate profondamente morivano dopo la slamatura. Questo valore scendeva a poco più del 30% nel caso che l’amo fosse lasciato nel pesce. P.J.Hulbert e R. Hengstrom Heg riportarono risultati simili per la trota fario in una ricerca pubblicata nel 1980. La mortalità totale risultò, nel loro lavoro, minore: solo il 60% di pesci morì dopo la slamatura e solo il 20% quando l’amo fu lasciato dentro. Cosa ne è dell’amo? Evidentemente si dissolve o si libera e passa senza danni attraverso il pesce. Hulbert e Hengstrom Heg riportarono che i pesci che sopravvivevano con l’amo dentro potevano alimen­tarsi e crescere normalmente, e quando venivano uccisi per l’autopsia due o tre mesi dopo, molti degli ami erano spariti. Per i pesci che moriranno dal trauma di una esperienza di catch and release, quanto tempo può passare prima che la morte si verifichi?
La grande maggioranza di essi soccombe nelle prime 24 ore e quasi tutti i restanti nelle successive 24. Molto pochi fra quelli feriti meno gravemente possono morire dopo una settimana o dieci giorni, ma il loro numero è estremamente basso.”

Risultati molto interessanti, soprattutto se presi e ragionati nel proprio contesto personale. Iniziare a chiedersi cosa succede al pesce, prima ancora di dire cosa faccio dovrebbe essere alla base della pratica del rilascio.
Perché rispondendo alla prima, ottengo risposte certe anche per la seconda.

lucci.f2

Sul boga poi, molte sono le tesi.
Di fatto è sconsigliato, se non in casi specifici. Ormai usatissimo sui lucci, il suo uso pare provochi seri danni alle mandibole, slogandole e danneggiando i relativi muscoli. Se poi usato ponendo il pesce in verticale, rischia di creare danni alla colonna e lo spostamento degli organi (per onore di cronaca, lo stesso dicasi per l’opercolare in verticale).
Insomma, salvo rari casi, slamare in acqua o tenere il pesce in orizzontale, è l’ideale. Tanto non ci costa niente.
Detto questo, vederlo usato su certi pescetti, è tutto dire..

Se però il discorso è spesso preso in termini settoriali, a mio avviso c’è anche il lato sociale da tenere presente, soprattutto in questi ultimi tempi.

Le “nuove” tecniche LRF e SF soprattutto, stanno riportando la pesca sotto gli occhi di molti, determinando un portante punto di contatto tra il mondo sportivo e quello sociale. Ed è necessario, se non indispensabile, avere cura in maniera maggiore di quel che si fa, proprio in risposta a questa dinamica riscoperta.

In definitiva, benché sia a favore di un C&R totale, non trovo nulla di male nel portare a casa nei limiti stabiliti (magari senza raggiungerli) qualche pesce. Fa parte della pesca e, perché no, dei diritti.
E paradossalmente rappresenterebbe il male minore, laddove il rilascio errato “
tout court”, equivale a uccidere una buona parte del pescato. Tanto varrebbe portarli a casa..
A questo punto dunque, rilasciare con cognizione e responsabilità non può che essere il giusto approccio per una collettiva salvaguardia del patrimonio ittico nazionale. Il tutto unito ad una buona dose di veicolazione informativa.

Un cattura e rilascia responsabilmente, insomma.
Un catch & release ragionato, appunto..

My 2 cents & take it easy.

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8 pensieri su “C&2R. Ovvero cattura e rilascia responsabilmente.

  1. Ottimo testo e ricerca, davvero molto utile.
    Dal mio punto di vista, per la tutela del mondo ittico, e quindi la diffusione dell “c&r ragionato” e dell’etica e filosofia alieutica forse è meglio creare delle -scuole pesca- con iscrizione obbligatoria per chi vuole seguire e imparare a pescare in modo da insegnare alle nuove generazioni come rilasciare, come pescare e quando pescare….etc… (un po come accade nelle altre discipline e associazioni). In questo modo oltre che a proteggere i pesci, diffondiamo la vera idea e mentalità della pesca in tutta Italia cercando di debellare quei pregiudizi che hanno nei nostri confronti (vedi gli (pseudo) ambientalisti e animalisti sopratutto) che sono le principali fazioni che ci diffamano ogni giorno sostenendo idee sbagliante e alquanto assurde. (vedi su youtube spot “Mr. Planet, la pesca sportiva non è uno sport)oppure(“i pescatori fanno l’amore con i pesci – video youtube “pesca al lago Increa”). Inoltre, in tal guisa, riusciamo ad essere più organizzati, più compatti o comunque cercare di contrastare coloro che deturpano l’habitat acquatico e terrestre.
    Spinning Brugherio

    • Il fattore generazionale non è da sottovalutare, sia per chi pratica c&r che per chi preferisce uccidere il pescato. Da un lato può diventare punto di forza presente e futuro (insegno al giovane come salvaguardare e valorizzare); dall’altra, in parte generalizzando, diventa terreno di scontro per la protezione della fauna ittica locale.

      • Ma se un ragazzo che vuole imparare a pescare, quindi impara da solo leggendo libri, riviste e guardando video, come fa a capire e a sapere come rilasciare il pesce se nessuno glielo fa vedere? (in maniera pratica intendo).
        In altri termini, questi scritti rimangono solo parole e chiacchiere.
        E poi chi è che si fida a bagnarsi le mani in una lanca, in una morta dove nuotano e vivono le nutrie e i loro escrementi?
        Con questo però non voglio dire che non sia importante l’azione del “bagnarsi le mani” per slamare il pesce.
        Spinning Brugherio

      • Nessuno nasce imparato, ed è già lodevole che si informi, sperando trovi sempre scritti utili e corretti. Non sempre tutti lo fanno..
        Poi sbagliare sbagliamo tutti, l’importante è capire dove e non ripeterlo. Non sono nessuno e lungi da me diventare il paladino del c&r, ma se questo, che voleva essere solo un modo per spingere chi legge ad approfondire la pratica, è stato anche utile in minima parte a smuovere alcune acque, ben venga..

  2. Concordo su quasi tutto. Il quasi deriva dal fatto che il concetto di C& R è stato in parte travisato, da quelle che erano le sue finalità intrinseche. Da tutela di popolazioni ittiche a rischio si è passati a tutela di categorie, per non dire di lobbies vere e proprie. Il problema è stato in parte affrontato nel testo, ma mi sento di aggiungere che, proprio perchè fattore di moda, ecco che per taluni è diventato automatico il voler catturare in regime “No Kill” una trota di mezzo metro, magari iridea, là dove un esemplare nativo stenta a raggiungere i 35 cm a sette anni di vita………….Ecco il rovescio della medaglia, frutto del cnsumismo e delle inesatte applicazioni di una modalità gestionale che non dovrebbe essere imposta, ma diventare parte integrante della vita alieutica di un pescatore.

    • Federico ho consapevolmente evitato di affrontare in maniera approfondita alcune tematiche, dato che il discorso è ampio, strutturato e basato su molteplici fattori, spesso concomitanti.
      Purtroppo chi gestisce le acque prende, volente o nolente, decisioni per tutti. E che spesso si trasformano in scelte poco oculate e fuori dal reale contesto faunistico nazionale.

  3. concordo con il c&r ragionato,spesso vedo nel periodo di chiusura del luccio alcuni che lo insidiano in tutta tranquillità,perchè tanto lo rilasciano,non rendendosi conto dei danni che possono provocare,altro discorso poi per quei lanci in posti impossibili che spesso si risolvono con ‘l’impossibilità appunto di salpare il pesce,quindi o si slama da solo o muore appeso a qualche albero o comunque con in bocca l’artificiale,vedo anche spesso gente che rilascia con un bel lancio magari di qualche metro con conseguente spanciata,ma cosa dire,il buon senso si può imparare?

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